Il Prof. Francesco Della Corte, docente di Ingegneria Elettronica presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, ha dedicato gran parte della sua carriera allo studio e alla ricerca nel campo dei componenti elettronici a stato solido e delle tecnologie di fabbricazione. In questa intervista per la Società Italiana di Elettronica ha raccontato il suo percorso, dalle prime esperienze fino al lavoro accademico, condividendo riflessioni e prospettive sull’evoluzione dell’ingegneria elettronica.
“Il mio interesse per l’elettronica è nato alle scuole medie, quando ebbi l’occasione di vedere per la prima volta alcuni componenti elettronici e di capire che, combinandoli, si poteva realizzare un semplice radioricevitore. Da lì ho iniziato a coltivare la mia curiosità. Le esperienze più significative sono arrivate grazie ai kit della rivista “Nuova Elettronica”: si acquistavano i circuiti stampati con i componenti da saldare, e ogni volta era una scoperta. Ottenevo buoni risultati, ma non capivo ancora a fondo il perché delle cose, era un interesse fatto di esperienze pratiche, più che di conoscenze teoriche”.
L’interesse per la tecnologia si è concretizzato verso la fine del liceo decidendo di iscriversi a Ingegneria Elettronica, che all’epoca era un corso molto ambito.
“Oggi il numero degli studenti iscritti è meno di un terzo rispetto ai miei tempi, quando eravamo più di 500 al primo anno di corso. Bisogna anche considerare che, all’epoca, non esistevano i tanti corsi di laurea oggi diffusi, e quindi molti studenti con interessi simili convergevano sul corso in Ingegneria Elettronica”.
Il Prof. Della Corte si descrive come una persona molto curiosa, che non si lascia sfuggire nuove opportunità di conoscenza e di collaborazione in ambiti anche molto diversi dell’ingegneria elettronica. L’entusiasmo, qualità imprescindibile di chi fa ricerca, è una costante che lo accompagna nelle sue attività. Dopo la laurea ha maturato le sue prime esperienze nel settore industriale, per poi tornare in ambito accademico, dove ha potuto coltivare la passione per l’approfondimento e la sperimentazione grazie a una borsa di studio del Consiglio Nazionale delle Ricerche.
“Le leggi fisiche che regolano il funzionamento dei dispositivi elettronici mi hanno sempre affascinato almeno quanto il loro utilizzo a livello circuitale. Ricordo ancora la sensazione delle mie prime esperienze lavorative: mi sembrava incredibile fare un lavoro che mi divertisse così tanto. È un sentimento che conservo tuttora, perché trovo che occuparsi di ingegneria elettronica e ricerca sia uno dei lavori più belli in assoluto. Con il tempo ho acquisito sempre maggiore autonomia che mi ha consentito di spaziare su molti temi. Ho avuto anche la possibilità di trascorrere un anno in Germania, un’esperienza arricchente che mi ha permesso di conoscere altri contesti di ricerca e di lavoro. Al mio rientro ho iniziato a collaborare con il CNR, dove mi sono occupato di dispositivi elettronici anche dal punto di vista della tecnologia di fabbricazione. L’interesse è poi proseguito anche durante i tanti anni trascorsi all’Università Mediterranea di Reggio Calabria”.
L’elettronica e la fotonica in silicio
“Oggi lavorare sulla fotonica in silicio significa portare all’interno di un microchip lo stesso modello che sta alla base delle reti di comunicazione in fibra ottica, che si sta diffondendo ovunque per la sua straordinaria velocità. L’idea è quella di usare la luce, cioè i fotoni, anche nei microchip, per rendere più veloci e compatti i canali di comunicazione tra le varie parti del circuito”.
Il Prof. Della Corte ha spiegato che, all’interno di un microchip, i vari sottocircuiti devono comunicare tra loro, e introdurre una comunicazione ottica che permette a queste aree di scambiarsi informazioni molto più rapidamente. Un altro aspetto fondamentale è la riduzione della potenza elettrica necessaria, che si traduce in un importante risparmio energetico: batterie più durature, minore riscaldamento dei microchip e, di conseguenza, una maggiore efficienza dei dispositivi.
“Grazie a una collaborazione con Open Fiber, l’azienda impegnata nel cablaggio in fibra ottica di tutto il territorio nazionale, e nell’ambito di un progetto PNRR, stiamo lavorando alla progettazione di un microchip fotonico da inserire nei cabinet stradali, i nodi da cui partono le diramazioni verso gli utenti finali. L’obiettivo è quello di consentire la gestione da remoto della trasmissione dei dati: il gestore, infatti, può attivare a distanza una matrice di elementi fotonici che reindirizzano i segnali verso i diversi utenti, utilizzando la luce, quindi i fotoni, come mezzo di trasmissione. L’innovazione risiede nel fatto che lo stesso segnale in fibra ottica può trasportare anche l’energia necessaria ad alimentare questi microchip fotonici, nei quali sono integrati centinaia di switch per la gestione dei flussi di dati. Il progetto ha importanti riscontri industriali e rappresenta un campo di ricerca complementare all’elettronica tradizionale. Integrare, all’interno dello stesso chip, la parte elettronica convenzionale con quella fotonica è una delle frontiere più promettenti del futuro dell’ingegneria elettronica”.
Un ingegnere elettronico che vuole lavorare nel campo della fotonica integrata su silicio deve avere una solida base di elettronica e di fisica dello stato solido, insieme alla conoscenza della propagazione elettromagnetica, per comprendere come la luce possa essere guidata attraverso curve e spazi dell’ordine del micron.
“È sorprendente, ma nonostante le dimensioni estremamente ridotte, è possibile incanalare e controllare la luce all’interno di un microchip. Occorre, quindi, comprendere la propagazione ottica e le sue caratteristiche, ma anche conoscere a fondo le tecnologie di fabbricazione, perché uno dei nodi della questione è l’integrazione di elettronica e fotonica sullo stesso chip. Normalmente il vincolo maggiore è dettato dalla parte elettronica perché nessun fabbricante di microchip accetterebbe di introdurre varianti che possano interferire con processi produttivi già ottimizzati. Di conseguenza, è fondamentale capire come utilizzare i processi esistenti per aggiungere la componente fotonica, esplorando al contempo ciò che la tecnologia consente di realizzare. L’ingegnere deve quindi combinare conoscenze teoriche, capacità di progettazione e comprensione dei vincoli industriali”.
Il Prof. Della Corte ha spiegato che nei microchip, i fenomeni quantistici emergono naturalmente quando i componenti diventano molto piccoli, e saperli sfruttare a proprio vantaggio rappresenta una delle frontiere più avanzate della ricerca nel quantum computing e nelle quantum communications. Questo settore è ancora agli inizi, e la fotonica potrebbe avere un ruolo decisivo. Per questo motivo, gli ingegneri elettronici non devono lasciarsi sfuggire l’occasione di essere più presenti in quest’ambito.
“Il mercato del lavoro per gli ingegneri elettronici resta molto favorevole: le aziende li cercano costantemente e spesso li preferiscono a figure con formazione più specifica. Navigando sui siti specializzati, si vede che le offerte di lavoro per gli ingegneri elettronici in Italia sono costantemente superiori a 3000, a fronte di circa 1000 laureati all’anno. Nessuna altra specializzazione presenta rapporti domanda/offerta confrontabili. Allo stesso tempo, emergono altre sfide per l’elettronica, che richiedono nuove competenze che bisogna affrettarsi a trasmettere agli studenti”.


