Durante la conferenza annuale 2025 della Società Italiana di Elettronica (SIE) si è svolta una tavola rotonda che ha segnato l’avvio di un percorso condiviso tra i Presidenti delle principali società scientifiche dell’area ICT italiana. Un impegno che nasce dalla consapevolezza che il settore ICT non sempre riceve nelle politiche nazionali il riconoscimento che meriterebbe. Da qui la decisione di lavorare alla stesura di un documento unitario, da presentare a istituzioni e decisori politici, per rafforzare la presenza, la visibilità e il ruolo strategico dell’ICT nello sviluppo dell’Italia.

Il documento si articolerà attorno a quattro punti fondamentali: scuola, università, ricerca e lavoro. Si parlerà di come avvicinare i giovani alle discipline STEM, di come rendere più attrattivi i percorsi universitari, di quali ambiti di ricerca sostenere con investimenti mirati e di come valorizzare le competenze degli ingegneri.

Abbiamo incontrato il Prof. Paolo Pavan, Presidente della SIE, per fare il punto sugli impegni presi e su quelli che saranno i prossimi passi.

Riconoscere l’ICT come pilastro dello sviluppo italiano

“Negli ultimi anni abbiamo iniziato a investire con maggiore convinzione nella promozione dell’ICT e si intravedono già i primi risultati. All’interno della SIE, per esempio, è cresciuto il numero dei soci, e le immatricolazioni ai corsi di laurea in ingegneria elettronica hanno registrato un incremento del 16,7%. È un segnale importante, significa che l’interesse sta aumentando e che anche il lavoro di comunicazione sta producendo effetti tra i professionisti del settore ma anche tra le aziende e le famiglie. L’area ICT rappresentata dalle società scientifiche coinvolte copre sette macrosettori, dall’elettronica all’informatica, dalle telecomunicazioni e i campi elettromagnetici alla bioingegneria, fino all’automatica e alle misure. Parliamo di ambiti diversi tra loro ma interconnessi. In alcuni casi questi sono già riconosciuti e ben identificati mentre, in altri comparti industriali, l’ICT fatica ancora ad avere una propria identità. Il paradosso è che proprio perché è presente ovunque, viene dato per scontato. L’ICT è così pervasivo da non essere più riconosciuto come fattore strategico autonomo. Eppure, esiste in Italia un settore ICT dinamico, fortemente connesso a livello internazionale, capace di produrre innovazione in ambiti cruciali come l’intelligenza artificiale, la cybersecurity, la bioingegneria, l’automazione. Proprio per questo il documento programmatico unitario a cui stiamo lavorando prevede azioni concrete e coordinate per promuovere l’ICT, rafforzarne l’identità e renderne più evidente il contributo strategico all’interno delle politiche nazionali. Stiamo lavorando tenendo in considerazione che oggi non esiste impresa, nemmeno nel comparto metalmeccanico tradizionale, che non integri componenti elettroniche o digitali. Per questo il vero cambio di passo necessario è culturale: far emergere con maggiore forza il contributo decisivo che l’ICT offre a tutti i settori produttivi, rendendolo visibile e riconoscibile come pilastro dello sviluppo del Paese”.

Le criticità da superare tra formazione e impresa

Negli ultimi anni, le università hanno avviato numerose iniziative di collaborazione con scuole e imprese, ma queste esperienze restano spesso frammentate e disomogenee sul territorio nazionale.

Non tutte le aree del Paese sono industrializzate allo stesso modo né presentano le stesse vocazioni produttive. Questo rende difficile costruire un modello unico di collaborazione tra scuola, università e imprese. C’è poi una questione di numerosità. Le università italiane sono poco più di un centinaio, mentre gli istituti tecnici e le scuole superiori sono migliaia. Creare un’interazione sistematica e continuativa richiede risorse e strutture dedicate, con un coordinamento su scala nazionale che oggi manca. Le iniziative esistono, come l’orientamento e l’alternanza scuola-lavoro, ma non riescono a trasformarsi in un sistema stabile. Il nodo centrale è, ripeto, culturale e riguarda la scelta del corso di studi. La richiesta di ingegneri elettronici e più in generale di profili ICT è molto alta, ma il numero di immatricolazioni non è sufficiente a soddisfarla. Questo significa che il mercato riconosce il valore di queste competenze, mentre studenti e famiglie non sempre ne hanno piena consapevolezza. Manca una comunicazione efficace che renda visibili le opportunità professionali offerte dall’ICT. Alcuni percorsi, come medicina o giurisprudenza, continuano a godere di un prestigio percepito maggiore. In alcuni casi, inoltre, registriamo un calo di studenti provenienti dai licei nei corsi di ingegneria elettronica: un segnale che impone una riflessione su come presentiamo queste discipline. Proprio per questo, il documento intende lavorare su più livelli. Sul fronte scuola, stimolando l’interesse per le STEM fin dai primi anni e lavorando anche sul superamento degli stereotipi di genere. Sul fronte università, rafforzando l’attrattività dei corsi ICT attraverso campagne di comunicazione mirate e un dialogo più stretto con le imprese locali. Sul fronte lavoro, rendendo più chiaro e riconoscibile il valore economico delle competenze ICT. E sul fronte ricerca, indicando con precisione le aree di eccellenza presenti e quelle strategiche su cui investire di più. Serve un salto di qualità nella comunicazione e nel coordinamento, utilizzando anche gli strumenti digitali e i social per parlare in modo diretto alle nuove generazioni. Solo così potremo trasformare iniziative isolate in un sistema davvero strutturato”.

Azioni concrete per promuovere l’inclusione femminile nel settore ICT

“Come SIE abbiamo iniziato a utilizzare anche i social network per raccontare il lavoro delle ingegnere che si distinguono sempre come professioniste che lavorano con soddisfazione, mettendo in pratica le loro competenze, raggiungendo risultati importanti e senza dover rinunciare alla propria vita per affermarsi. È importante mostrare modelli positivi e realistici, perché l’entusiasmo e la passione per questo lavoro non hanno genere. Il gender gap, almeno dal punto di vista retributivo, non appare oggi così marcato nel nostro settore. Il vero problema è che le donne sono ancora poche. Per questo il lavoro deve partire molto prima della scelta dell’università. Gli stereotipi si costruiscono fin dall’infanzia: ancora oggi, ad esempio, spesso in modo inconsapevole, alle bambine vengono proposti modelli e giochi diversi rispetto ai coetanei maschi. È fondamentale invece presentare le discipline scientifiche come interessanti e accessibili a tutte e a tutti. Accade ancora che, davanti alle prime difficoltà in una materia tecnico-scientifica, si suggerisca alle ragazze di orientarsi verso percorsi più “umanistici”. È un riflesso culturale che va superato. Anche il mondo del lavoro risulta complicato da pregiudizi di genere amplificati da un linguaggio errato. Piccole espressioni quotidiane, come chiamare “signorina” un ingegnere donna e non fare lo stesso con un collega uomo contribuiscono a rafforzare differenze simboliche. Si tratta di aspetti culturali che vanno riconosciuti e corretti. Proprio per questo il documento su cui stanno lavorando le società scientifiche ICT vuole includere azioni concrete dedicate all’inclusione e alla promozione della partecipazione femminile, intervenendo sia sul fronte della scuola sia su quello dell’università e del lavoro”.

Verso una strategia nazionale per l’ICT

“Nonostante l’elevata domanda di competenze ICT, in Italia le condizioni di lavoro restano poco competitive con stipendi bassi, assenza di un contratto di categoria dedicato e opportunità economiche più vantaggiose all’estero. Una parte della sfida è comunicativa ed è un tema che abbiamo discusso anche con Confindustria. Le imprese devono essere più precise nell’indicare i profili di cui hanno bisogno, perché il contesto industriale è cambiato. L’ICT non è un servizio accessorio, ma un elemento strutturale dell’innovazione industriale. A livello internazionale si stanno muovendo politiche industriali molto ambiziose. Basti pensare alle iniziative europee nel campo dei semiconduttori e dell’intelligenza artificiale, come negli Stati Uniti e in Asia. Sono ambiti, però, in cui le tecnologie evolvono rapidamente e richiedono investimenti costanti e di lungo periodo. Per l’Italia la questione è quindi duplice: da un lato rafforzare gli investimenti, dall’altro costruire una logica di sistema. Considerando che l’Italia è un paese di piccole dimensioni, frammentare le risorse in una molteplicità di piccoli centri scollegati non è una buona strategia. Pertanto, serve una massa critica per dare una direzione condivisa. Ed è proprio questo il senso del lavoro in corso tra le società scientifiche ICT: passare da iniziative isolate a una strategia nazionale coerente, che riconosca l’ICT come infrastruttura abilitante dello sviluppo economico e tecnologico del Paese. Il percorso è avviato, il documento è in costruzione, ma la direzione è chiara: rafforzare il “sistema Paese” per non restare ai margini delle grandi trasformazioni in atto”.